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mercoledì 2 aprile 2014

(Esca)Poesia: Mohamed Malih

Tu cercami ancora


di Mohamed Malih




così come il fiume torna al mare
così tornerai a me
troverai nei miei occhi
serbata intatta la tua bellezza
mi sorriderai
e il tuo sorriso amore, lo sai,
dona la gioia delle preghiere esaudite
quando tornerai a me amore
sarà una giornata di sole
ti farò ridere
come un tempo ridevi con me
quando tarderai a tornare a me amore
e io mi sarò perso
cercami nei ricordi
nelle parole che ti dedicavo
cercami nelle belle poesie d'amore
in questa poesia
che piango e scrivo
cercami sfogliando i libri vecchi delle bancarelle
cercami nella musica del fado
cercami nell'uomo che stai amando
quando tornerai a me
e non mi troverai perché mi sarò perso
tu cercami ancora
voglio farti vedere nei miei occhi
come custodisco intatta la tua bellezza
quando tarderai a tornare
e io sarò perso
sarà una giornata di sole
tu sorridimi ancora amore
di quel tuo sorriso
che dona la gioia delle preghiere esaudite

sabato 1 marzo 2014

(Esca) Rubrica: Mohamed Malih

Ex-Stra: la rubrica di Mohamed Malih


6. Il gene delle posate





È il pomeriggio di una bella giornata di sole. Sono in cucina. Dalla finestra un vorticoso pulviscolo si dirige verso il lavandino illuminando un cestello di posate. Queste lo accolgono accendendosi di vita propria, come fossero fiori.
Altre rare volte avevo colto questa vita segreta delle posate. Ma questa volta era palese che le posate - le forchette soprattutto - non sono solo quelli oggetti inanimati che pensiamo.

Quando la luce è propizia (evidentemente devono concorrere contemporaneamente anche molti altri fattori, fra cui credo lo stato d'animo del visitatore della cucina, la stagione, la temperatura, il tasso d'umidità, la composizione chimica e la forma delle posate stesse, la qualità del silenzio nella cucina, la presenza o meno di animali domestici nella casa, gli incontri avuti dalla luce lungo la strada che ha dovuto percorre fra gli astri per giungere fin qui sul mio lavandino, e chissà quante altre cose!), quando la luce è propizia le forchette oltre a mostrarsi come cosa viva, possono lasciar trapelare anche un certo surplus di vivacità, una briosa allegria, un incarnato particolarmente splendente.
Lo so che i scettici stanno pensando a questo vivido luccichio delle posate come dovuto semplicemente all'effetto di una lavastoviglie efficiente, opportunamente coadiuvata da ottimo detersivo e brillantante. Spiritosi.

Il fatto è che avete troppa confidenza con le posate, siete talmente abituati ad averci a che fare che nemmeno le notate più. Per me non è così.
Io e le forchette ci frequentiamo da molti anni, ma non da sempre, è solo da quando sono in Italia che ho un rapporto quotidiano con loro. Invece, chissà perché, ho sempre trovato naturalissimo usare il cucchiao per mangiare il cous cous invece delle mani nude. A casa mia, in Marocco, lo sapevano e quindi non c'era nessun problema. Invece quand'eravamo ospiti avevo sempre un attimo d'imbarazzo al momento del cous cous per via del fatto che dovevano portare un cucchiaio appositamente per me.

Credo però che questa particolare senisibilità per le posate non derivi solo dal mio particolare retaggio culturale: deve essere una cosa ereditaria. Penso questo per via di mia figlia, che per quanto sia nata e cresciuta in Italia sono anni che a tavola usa, per tutti i cibi tranne quelli liquidi, due bacchette di legno. Eppure l'unico contatto con l'oriente che abbiamo è quello saltuario che ormai tutti hanno con le rosticcerie cinesi sotto casa.
Ogni giorno gli scienziati scoprono qualche nuovo gene. Sembra ormai chiaro che per ogni nostra attitudine ci sia un relativo gene: c'è quello per l'abilità matematica, quello per l'aggressività, quello per l'orientamento nello spazio, quello per il tradimento ecc. Non è quindi da escludere che ci possa essere anche un gene che fa sì che si usino le mani al posto delle posate, o che si preferiscano le bacchette rispetto al coltello e alla forchetta. In ogni caso, almeno nel caso mio, questo gene deve subire delle mutazioni di generazione in generazione. Chissà con l'ausilio di quale arnese si ciberanno i mei nipoti...

(Esca) Poesia: Mohamed Malih

Quando sei diventato poeta

In questo pomeriggio che sa di pioggia
distenditi
prendi i ricordi uno ad uno
fallo teneramente
torna a quand'eri bambino
e camminavi sulla terra
e guardavi il cielo
torna a quell'atrio
quando hai scoperto che l'attesa
era un'assenza
al tempo in cui l'ombrello
ti era d'impiccio
ma non sempre pioveva
ti ricordi quel campo
la ragazzina con le treccine
aveva preso una spiga
te ne aveva messo i chicchi nel palmo della mano
a quando parlavi con i sassi
e ridevi insieme al tuo cane
alla tortora che avevi ferito
te n'eri molto dispiaciuto
e hai scoperto che non eri un cacciatore
forse era quello il tempo
che sei diventato poeta.
Distenditi, chiudi gli occhi
e ricorda
il primo  giorno di scuola
la solitudine che provavi accanto al papà
forse era lì che sei diventato poeta
ricorda le vie dove hai camminato
ah quante vie hai camminato
pensa alla gioia di quando di lì a poco avresti incontrato il tuo amico
a quando hai scoperto l'altro
nel viso rugoso e scuro del contadino
forse è stato quello il momento che sei diventato poeta
pensa ai primi versi
alla prima canzone che ti ha fatto piangere
ricorda le cose che cui per pudore non scrivi
che non sai ancora scrivere
ricordi, eri sempre un po' distante
sempre ospite
sempre straniero
la gente dice che son fatti così i poeti
ricorda
la terra calda di sole
la terra scura di pioggia
il campo di grano
la tortora
l'attesa
l'assenza
ricordati
del giorno che sei diventato poeta.

mercoledì 22 gennaio 2014

(esca) Rubrica: Mohamed Malih

Ex-Stra: la rubrica di Mohamed Malih

5. Il Pigiama. Ovvero, dell'odore di mia nonna



Mia nonna ogni tanto partiva dalla campagna e ci veniva a trovare a Casablanca. Aveva un buon odore mia nonna. Io non sono di quei nasi che basta che entrino in una cucina e sanno subito dirti cos’è che bolle in pentola. L’unico odore che saprei indovinare a colpo sicuro è quello del cavolo.
 
Qualche volta ho tentato di fare il raffinato ma mi è andata malissimo, ho finito per scambiare cannella con i chiodi garofano, la curcuma con la noce moscata… Per quanto riguarda mia nonna direi perciò, senza entrare troppo nei dettagli, che il suo odore è fatto dall’insieme delle spezie citate più l’odore della terra. Aggiungerei anche un pizzico di prezzemolo e un filo d’olio d’origano e anche un po’ dell’aroma delle uova di gallina ancora calde, di quelle che hanno ancora attaccate un po’ di fieno e un po’ di escrementi di gallina.
Sono sicuro che se mia nonna sentisse la descrizione che sto facendo del suo odore, come minimo mi guarderebbe male. Ci sarebbe un’espressione più semplice: aveva un buon odore; un buon odore agreste. Solo che magari qualcuno che sta leggendo va a finire che poi pensa alle stalle, o ai campi di grano o, che so io, alle balle di fieno. E non è propriamente questa l’idea che voglio dare dell’odore di mia nonna. Ovvero, è anche questa ma mescolata all’odore della notte e del sonno e anche dell’africa.
Oserei aggiungere anche l’odore delle favole. Ma forse sarà meglio che lasci perdere questa cosa dell’odore, sennò va a finire che non lo so più neanche io che odore aveva mia nonna. Però mi piacerebbe che ci fosse una figura professionale tipo il sommelier delle nonne. Uno gli porta la nonna, lui da un'annusatina, magari la agita anche un pochino, e poi ti da una di quelle belle descrizioni che fanno i sommelier quando trattano i vini. Che vengono fuori con dei retrogusti di certi fiori e ortaggi e legni e frutta che uno non ha mai sentito, però alla fine ti fai ugualmente un’idea poetica del liquido che hai davanti. E anche se in realtà ti fa schifo ti dici che sei tu che non sai apprezzarlo.
Solo che mia nonna, pace alla sua anima, non c’è più, e forse al sommelier dovrei portare qualcosa che indossava, magari un lembo del grembiule. Ma forse a questo punto il sommelier deve essere anche un po’ strega, dovrà avere anche la palla di vetro e tutti gli attrezzi che di solito hanno i fattucchieri, lettori di mani e carte, insomma tutti i tipi che per mestiere hanno stretti rapporti con l’ignoto e l’aldilà.
Ora che ci penso gli odori infatti hanno in sé qualcosa di trascendentale. Come ad esempio il fatto che evocano memorie antichissime, e che noi magari solo per pigrizia tendiamo a datare in qualche punto della nostra infanzia. Forse provengono direttamente dal paradiso, tranne chiaramente l'odore del cavolo e dello zolfo. Decisamente è meglio che non sforzi troppo il mio apparato olfattivo, ché poi vedi come va a finire.
Anche perché non è dell’odore di mia nonna che volevo parlare, ma del fatto che quando veniva da noi non si spogliava mai. Nel senso che andava a letto così com’era vestita. Niente pigiama insomma. Ora anche io ho questa tendenza di andare letto così come sono, senza pigiama. Non lo so, forse non si sentiva a casa sua per mettersi comoda. Forse era una questione di pudore. C’è anche da dire che non è che le davamo una cameretta tutta per sé: la casa era piccola e noi siamo, tra fratelli, sorelle e genitori, più o meno il numero di una squadra di calcio.
Insomma ho questo due ricordi precisi della mia nonna, uno è che non metteva mai il pigiama quando veniva da noi a Casablanca e l’altro è il suo odore. Sì anche il ricordo dell’odore è preciso anche se trovo qualche difficoltà a metterlo nero su bianco.


mercoledì 1 gennaio 2014

(esca)Rubrica: Mohamed Malih

Ex-Stra: la rubrica di Mohamed Malih

4. Salafiti dal barbiere: farsi una cultura ai tempi della guerra



Lo ammetto. Io dei salafiti non so niente. E nemmeno dei wahabiti. C’è da vergognarsi per questo? Ebbene me ne vergogno e tanto anche. Però basta, non se ne può più. Ma chi l’ha detto che solo per il fatto che mi chiamo Mohamed, chi l’ha detto che debba sapere tutte 'ste cose qua: salafiti, wahabiti, sunniti, sciiti… E poi un'altra cosa: io di Islam ne so quanto voi. Non sono un Fkih, non sono un teologo, non sono un esperto del sacro Corano.

 
Non è sempre stato così. C’è stato un tempo che bastava dicessi che durante il Ramadan non si mangia dall’alba al tramonto, che noi musulmani preghiamo 5 volte al giorno rivolti alla mecca, che da noi uno può sposarsi ben 4 donne, ed era fatta. Bastava questo per risvegliare nelle donne fantasie ardite e stupori esotici nelle anime candide.
Adesso è tutto più difficile.
Anche il più malandato dei frequentatori del circoli Acli ne sa più di me. E mi parla con lo stesso piglio e perizia del derby di ieri sera e di Al Jazeera; della differenza tra Niqab, hIjab e delle varie correnti dell’Islam.
 
È stato dopo l’11 settembre che la gente ha scoperto questo improvviso amore di conoscenza verso le cose dell’Islam, gli arabi e il Medioriente. E ho la netta sensazione che ad ogni nuovo atto terroristico, ad ogni bombardamento degli americani in Iraq, Afghanistan e quelle parti lì, la gente diventi sempre più ferrata in materia. Quasi che questi atti sanguinari o bellici che siano fossero una sorta di incentivo culturale. Ora, per carità, che la gente si faccia una cultura non c’è niente di male, solo che io magari non disdegnerei nemmeno i tempi di pace per acculturarmi.
 
Mi sembra anche che l’arabo come lingua, sempre dopo gli attentati dell’11 settembre, sia in rispolvero. E anche in questo caso mi sembra ci sia una qualche correlazione fra l’intensificarsi dei kamikaze che si fanno saltare in aria, i bombardamenti dei droni e il fiorire di nuovi corsi d’arabo. Certo è risaputo che le guerre fanno riprendere l’economia. Quello che sospettavo meno è che anche l’economia culturale fosse inclusa in questo processo.
 
Questa sorta di orientalismo macabro ha preso ora nuovo slancio con le cosiddette Primavere arabe.
Ad un tratto, dopo che il povero Bouazizi si è immolato, tutti, dalla mia fruttivendola al mio barbiere, all’anziana in fila al discount, tutti si sono messi a parlare di Cirenaica, del Colonello Gheddafi e delle sue tribù, di Egitto e di Piazza Tahrir, con insolita cognizione di causa.
Insomma ormai la gente sa tanto di Iraq, Iran, Libia, Egitto, Yemen tanto quanto ne sa di Avetrana. Non sono più luoghi lontani e misteriosi come una volta. E non possiamo non riconoscere a Vespa e ai suoi ospiti la loro parte di merito in tutto ciò. Grandi divulgatori di queste tematiche sono anche la defunta Oriana Fallaci e Magdi Allam. Se tutti ora sanno chi sono i wahabiti e i salafiti è anche merito loro.
 
Io, per quanto mi chiami Mohamed, mi son sempre tenuto lontano da questi argomenti. Li consideravo roba da geopolitica, con tutto il grigiore che ciò implica. Invece si tratta solo di cronaca nera. La gente si appassiona a Bin Laden o a Saddam Hussein come a Una Bomber. E fra non molto lo stesso si potrà dire di Bashar El Assad. Fra non molto, infatti, nelle bocciofile di tutt’Italia si saprà tutto della Siria come si sa tutto ora di Avetrana. Ed è molto probabile che le news sul medio oriente passino direttamente dalle pagine di Repubblica a quelle dei più diffusi rotocalchi tipo Cronaca Vera e simili.
 
Comunque ho deciso: non posso sempre fare scena muta, dal mio barbiere, quando si affrontano questi argomenti. Lo leggo nei suoi occhi come in quelli degli altri clienti, c'è una certa delusione. Quando tirano le parole salafiti e wahabiti mi guardano ed è come se si aspettassero da me delle precisazioni, maggior ragguagli, e più incisivi, su queste tematiche. Io li guardo, faccio cenni con la testa: come per dire "sì è come dite, però le cose son più complicate di quel che pensate".
Ma non potrò sempre cavarmela così, devo decidermi di frequentare di più Wikipedia.

martedì 26 novembre 2013

(Esca)Rubrica: Mohamed Malih

Ex-Stra: la rubrica di Mohamed Malih

2. Master Piece, si può "guardare" la scrittura in Tv?
 
Master Piece, il reality sulla scrittura, per fortuna non ha niente a che vedere con la scrittura. Almeno per ora.  La scrittura è qualcosa, come ha detto una delle concorrenti, di privato, come fare la pipì.
Temevo che Masterpiece finisse per banalizzare la scrittura, invece è successo solo che ha ridicolizzato gli scrittori che vi hanno partecipato. Vedere degli scrittori sottoporsi al tranciante sì o no della giuria è stato doloroso. Questi giudici messì lì ad affermare o negare l'esistenza del talento! Come se il talento fosse riducibile ad una sentenza di condanna o di assoluzione, all'essere  bocciati o promossi. Come se il talento fosse un merito.
Invece il talento è solo un dono; una grazia. Bisogna portarlo con un certo imbarazzo e molta umiltà ed essere grati agli dei (o a chi per essi) per averlo infuso proprio in noi. La scrittura è un gesto che prescinde dalla fisicità del suo autore. Io scrivo, poi tu, se ne avrai voglia, in un secondo tempo, mi leggerai. Chi gode del mio gesto non ha alcun bisogno della mia presenza. Scrivere è perciò il gesto meno televisivo che ci possa essere. Se proprio ci incaponiamo a volerlo vedere rischiamo di perderlo del tutto. Come è successo a Psiche con Amore. Scrivere è un gesto segreto e tale deve rimanere.
Si può parlare di scrittura, possiamo far parlare gli autori, si può parlare di libri, ma la scrittura, il gesto della scrittura è qualcosa di connaturato al mistero. Fare un reality sulla scrittura è come fare un reality sul gesto di passeggiare. Quale giuria mai sarà capace di dire che tizio passegia meglio di Caio. Non è possibile. Scrivere come passeggiare è un gesto che si nutre del caso. Il caso è quella cosa cosa per cui, mentre guardi la televisione, leggiucchi anche un pezzo su "II Sole 24 ore" scritto da Sciascia e per qualche motivo ti colpisce il fatto che Sciascia citi Frank Capra. Intanto su Masterpiece senti che uno dei concorrenti legge un suo pezzo e, anche lui, nomina proprio Frank Capra. Perciò a me è andata bene: ho guardato Masterpiece e ora mi ritrovo con Frank Capra. Il caso mi è stato amico. E non ho nessuna intenzione di fozarlo. Alla prossima puntata di Masterpiece io non ci sarò. Se volete, provateci voi. Buona fortuna.

sabato 2 novembre 2013

(esca)Rubrica: Mohamed Malih


Ex-Stra: la rubrica del blogger Mohamed Malih


1. Il “cordone” di Lampedusa
 
Ho un’immagine, a proposito dei tanti naufraghi di questi giorni, che credo mi accompagnerà ancora a lungo, riaffiorando ogni volta che leggerò, scriverò o sentirò parlare di immigrati. L’immagine è quella di un cordone ombelicale che fluttua in qualche profondità acquosa del mare di Sicilia.

È questa l’immagine che la mia mente ha scelto di serbare dai tanti racconti succedutesi questi giorni e che parlano dei recuperi dei cadaveri causati dal naufragio avvenuto il 4 ottobre alle porte di Lampedusa. Fra i tanti morti senza nome e senza storia e il cui numero, mentre scrivo, è arrivato a 339, si è data anche la notizia del recupero di una mamma e del suo neonato ancora legati dal cordone ombelicale. Penso a quella piccola creatura che è passata direttamente dal liquido amniotico all’acqua del mare. Penso a quella mamma, alla vita e alla morte che diventano un tutt’uno con l’acqua. Penso che non è ancora finita la conta dei corpi da recuperare e già si ha notizia di un altro naufragio. Ma son tutti pensieri subacquei, senza audio e con l’immagine del cordone ombelicale che continua a fluttuare. Quest’immagine in qualche modo che non so spiegarmi mi rasserena. Sarà che il cordone ombelicale è un potente simbolo di vita, a cui la mia mente si aggrappa per non vedere in quel lembo di mare che separa l’africa dall’Europa solo un cimitero. Non un cimitero quindi ma un cordone ombelicale, che lega la tragedia alla speranza.

Accanto a quest’immagine, un solo suono, di tanto in tanto, riecheggia minaccioso. Ed è il suono che formano questi due nomi messi assieme: Bossi-Fini. È una questione d’istinto. Si possono fare tutti i distinguo del caso ma così come visceralmente l’immagine del cordone ombelicale mi rasserena, il suono “Bossi-Fini” mi incupisce, mi preoccupa, lo lego alla sorte dei morti naufragati. Che poi se ci penso, non è un semplice suono: Bossi e Fini. Sono i nomi di due politici in carne ed ossa. E saranno per sempre, al di à delle effettive responsabilità, legati indissolubilmente a queste tragedie del mare.

Quando in televisione o sui giornali vedo chi ancora si ostina a difendere le ragioni della Bossi-Fini non solo penso a come sia forte l’istinto alla vita, ma anche alla potenza dell’istinto di morte. C’è vita che dall’Africa e da altri posti del mondo cerca vita ed è obbligata a transitare dal canale di Sicilia. C’è chi per quanto è possibile aiuta questa vita a non morire. E c’è chi è completamente indifferente se non ostile. La mia povera mente ha riassunto tutto ciò con, da una parte, l’immagine del cordone ombelicale che mi rasserena, e dall’altra, col suono sinistro che fanno messi insieme i nomi Bossi – Fini. La mia mente, lo confesso, non è granché come regista. Di tutta questa storia di morti annegati ha tratto un pessimo film. Nei film dozzinali però i buoni hanno sempre la meglio sui Bossi-Fini. Vedremo come andrà a finire. Intanto si continua a morire nel canale di Sicilia. E all’orizzonte non si intravede la scritta The End.

(esca)News: Mohamed Malih esca-ospite


Mohamed Malih, la rubrica del blogger "stra-"

di sarah panatta



[...] Non mi va più di sentire quel tipo di terra tra le dita…

Sto diventando un altro tipo d’uomo ... se esistono due tipi d’uomo [...]
 
 
Da La vita e il tempo di Micheal K, di J.M. Coetzee


Esistono due tipo di uomo. O meglio esiste l'uomo come multiplo di se stesso.
Lo sa bene il blogger di origine marocchina e di spirito globale (ma non globalizzato) Mohamed Malih.

Mediatore culturale, scrittore, giornalista, autore del blog ormai celebre "Stracomunitari", narrato dal suo alter-ego Kamal, Mohamed sceglie, inverte, mescola, ironizza e a suo modo storicizza, in un presente sociale che è caos e luce abbagliata, un linguaggio che vede e rilancia la contemporaneità.

Racconta la politica e il quotidiano spiccio, la signora al bar e la legge Bossi-Fini con la stessa apparente levitas calviniana e con lo stesso piglio straniante eppur febbrile. Mohamed è protagonista e insieme Ego vagante di un oggi melting pot scarsamente leggibile.

Contraddizioni, vocali impreviste, dune romantiche e venti tragici, maree che nascondono, menzogne che uccidono. Oggi e ieri, nella parole di Mohamed, da questo numero ospite, con una finestra, anzi esca-rubrica dedicata, su EscaMontage.

Buona stra-lettura. Grazie Mo.