sabato 1 giugno 2013



La Generazione di Mezzo
Mostra Collettiva

A cura di: Gianfranco Mascelli

Artisti: Massimo Battaglini, Nino Bianchi (Ajossa), Cesare Bozzini, Tommaso Cascella, Giuseppe Ciccia, Giò Coppola, Immacolata Datti, Massimo De Angelis (demas), Marcello Di Donato, Gabriella Di Trani, Italo Garofalo, Alba Gonzales, Mario La Carrubba, Carla Leonelli, Gerardo Lizza, Manlio Manvati, Gianfranco Mascelli, Michele Mautone, Massimina Pesce, Teresa Pollidori, Elio Rizzo, Anna Seccia, Anna Torelli.

intervento critico Giorgio Di Genova

reportage Iolanda La Carrubba

(esca) video-presentazione: Quando il cielo era sempre più blu




Presso il lavatoio contumaciale
"quando il cielo era sempre più blu"

con la Rino Gaetano Band
l'autore Enrico Gregori
ed. Historica

reportage a cura di Iolanda La Carrubba

(esca)video-intervista: Davide Demichelis


           

Sarah Panatta intervista Davide Demichelis
regia di Iolanda La Carrubba

(esca) corti : Iolanda La Carrubba




video finalista per la prima edizione "Mamma Roma e i suoi quartieri" redatto dall'Isola del Cinema.

Video-clip: Vittorio Merlo


(ESCA) recensione- Iolanda La Carrubba

La fotografia e oltre di Chiara Mutti


Scatti indomiti e sinceri questi di Chiara Mutti che si rivolgono con istintivo affetto nei confronti del dejà-vous, raccontando l’intima riflessione attraverso il passaggio di immagini-istantanee, in riflessione con se stesse e completamente libere da stilemi precostituiti.  Qui non c’è timore di indagare l’ombra delle cose, l’impercettibile inquietudine nascosta dietro l’apparenza, non c’è neanche la neutralizzazione nell’uso del colore, anzi esso è presente anche là dove prevalgono attimi in bianco e nero,  che divengono portatori di tutte le cromie, in queste inquadrature abili ed intuitive.




Osservando a lungo un falso orizzonte nelle sequenze fotografiche, si avverte un’affermazione forte di sperimentare tecniche quasi supportate da un grande gusto estetico, lo stesso conquistato nel sapere osservare lavori alti, soprattutto quelli appartenenti al  mondo della pittura.
Si percepisce in qualche frangente, impressionismo e cubismo, così come un singolare confronto con ciò che oggi viene definita street-art, prevale tuttavia in queste atmosfere altre un afflato naturalistico, genuino che ricorda le belle fotografie di Frans Lantign.
Nel vasto mondo delle immagini di Chiara Mutti, il legame tra poesia e sguardo è forte, dichiarato e chiarificatore dove la liaison tra l’uno e l’altro mondo è il costante corpo a corpo, il bisogno di riunire platonicamente queste due metà che divengono perfette una volta ricongiunte. Gli emisferi dell’artista e della poetessa duonque, sono senza apparente necessità di analisi, mentre in verità esplorando questi spazi fatti di fitti fotogrammi di vita,  vi si riconoscono archetipi e tradizioni, culture e sentimenti.




Nulla è solo ciò che appare, c’è una danza della stasi che lenta si muove e respira in base l’avanzamento delle ore del giorno, è pura narrativa dello sguardo composta da poesia e percezione.
Anche se in alcune immagini si può distinguere la stessa impronta calcata precedentemente, si avverte junghianamente la contemplazione della società, il volerla svelare, capire, concentrare in questa saggia postura dello sguardo che riesce a superare il senso della vista fino ad approdare a quello della parola (parole-riflessione).

Iolanda La Carrubba



Vacancy- Domenico Donatone

I linguaggi della rabbia o la rabbia dei linguaggi?
di Domenico Donatone




Alla luce dei fatti accaduti in questi ultimi mesi, sicuramente gli spari di Luigi Preiti sono i più rumorosi. «Volevo uccidere i politici», ha dichiarato dopo l’arresto. Però si fa difficoltà a credere che tutto ciò sia il risultato di un clima d’odio messo in atto da un kamikaze del cambiamento politico. Il nome? Beppe Grillo. La prova? Il titolo in prima pagina de IlGiornale: «Il Grilletto». A parte l’allusione che è quasi diffamatoria, si può affermare che basta un uso spropositato del linguaggio per decretare un clima di violenza? Di sicuro, no. La violenza è accompagnata sempre da un cedimento che, al di là della condizione circostante, emerge arbitraria o collettiva, accompagnata a volte da disturbi psicofisici. Di certo nelle dittature il linguaggio è martellante, fa leva sulle coscienze affinché ci si convinca che è giusta la violenza. Anche i Futuristi non scherzavano quando sostenevano che bisognava "glorificare la guerra come sola igiene del mondo". Una purga nazi-fascista che si è avverata. Il punto è che la violenza è propria dell’uomo mentre il linguaggio è retorica. In molti casi dire significa non solo comunicare ma manipolare. Le dittature fomentano la violenza per meglio tenere compatti i ranghi. In letteratura le cose sono un po’ diverse, perché se è vero che si parla e si scrive non solo per dire e comunicare, ma anche per agire, non bisogna dimenticare che il linguaggio è traduzione. Una cosa detta è una cosa che viene subito tradita, cioè assimilata nel modo in cui si comprende. In questo senso il linguaggio non solo crea ma distrugge, per cui è anche pericoloso. Questo ce lo insegnano le Avanguardie storiche che intuiscono che il linguaggio, nel suo insieme, è dinamite. Non a caso nel 1909 i futuristi forniscono un gergo al Fascismo, mettono la loro intelligenza a servizio del potere e, nella palingenesi del cambiamento, forniscono l’alibi più forte alla dittatura: la causa è sempre giusta. In una dittatura il linguaggio è azione, nelle democrazie è partecipazione. In politica, invece, è compromesso, rinuncia a combattere. Che esista un linguaggio della rabbia è ovvio, così come è risaputo che i "vaffa" di Beppe Grillo, così oltraggiosi, sono la semplificazione di un programma politico che deve trasformarsi in azione costruttiva. Tra i linguaggi più pericolosi, quello della politica è al primo posto per apologia e per retorica inconcludente. I linguaggi migliori sono quelli dell’arte, della letteratura, perché rappresentano la rabbia dei linguaggi. Espressione di un sentire così profondo che diventa costruttivo: paradigma di una riflessione che non ha eguali. La rabbia dei linguaggi è sicuramente molto più costruttiva dei linguaggi della rabbia. È vero, anche Beppe Grillo non sa comunicare con quella cautela che la condizione storica attuale richiede, però non è vero che il suo dire è così aggressivo da confermare quanto scritto dai giornali, che il responsabile dell’odio sociale è un ex-comico che ha deciso di creare un movimento grazie ad una indiscutibile capacità monologante. Conviene confrontarsi sulla rabbia dei linguaggi più che sui linguaggi della rabbia. Questi ultimi possono essere sciolti in una dialettica di più ampio respiro. Cito Pasolini. Cito un intellettuale che conosceva molto bene la rabbia, tanto da titolare una sua poesia: «Perché non reagisco, perché non tremo | di gioia, o godo di qualche pura angoscia? | Perché non so riconoscere | questo antico nodo della mia esistenza ? | Lo so: perché in me è ormai chiuso il demone | della rabbia. Un piccolo, sordo, fosco | sentimento che m’intossica: | esaurimento, dicono, febbrile impazienza | dei nervi: ma non ne è libera più la coscienza. | Il dolore che da me a poco a poco mi aliena, | se io mi abbandono appena, | si stacca da me, vortica per conto suo, | mi pulsa disordinato alle tempie, | mi riempie il cuore di pus, | non sono più padrone del mio tempo. ||» Questi versi sintetizzano il vero clima che si respira. Ciò che si respira indubbiamente contagia i nostri polmoni, però la vera rabbia è data dal non essere più padroni del proprio tempo. Come si fa a lottare senza rimanere scontenti? Pasolini ci spiega anche questo. Ci spiega che l’unica lotta che può far sentire l’uomo ancora uomo e non una bestia è progredire col pensiero, conoscere, sapere che la rabbia che si fonde nel linguaggio trova ragione di dignità nell’azione civile. Che le armi, che anche Pasolini desiderava impugnare per afflizione, non consentono di tornare indietro, di pacificare il contratto sociale. Siamo in guerra, è vero, ma chi sa più combattere? La strada conveniente è ragionare.