venerdì 1 marzo 2013

(Esca)Recensione. "The Summit"

The Summit, l’appello a vergognarci e a (ri)guardare


Non sappiamo fare “oh!” ma non ci vergogniamo neanche “un po’”. Sarcasmo inconsapevole, il ritornello sanremese del Povia-bambino qualche anno fa radiografava l’Italietta bifronte sempre uguale. Quella dei festival che oggi riescono a stupire nella mota degli stereotipi riscodellati con garbo, e quella dei processi civili azzoppati e dei diritti lesi, che non riesce a stupirsi né ad indignarsi mai, se non in qualche ravvedimento “flash”. Perché? Farsi domande e partecipare al passato-presente è così assurdo e intollerabile che si diventa, per contrappasso pilotato, invisibili.
La locandina del film di Franco Fracassi e Massimo Lauria
Lo ha denunciato di nuovo Franco Fracassi, reporter e regista, insieme a Massimo Lauria, con The Summit. Genova: i 3 giorni della vergogna. Se cominciassimo a vergognarci, di non aver visto e di non voler vedere, tutto tornerebbe. The Summit vuole imporsi come prima vera inchiesta. Gli autori districano tra le “connessioni”, i fatti, solo i fatti, di quel pasticciaccio internazionale e deliberato. Prologo. Un mezzo busto femminile, quadro urlante, restituisce la paura coattiva di quei tre giorni, dal 19 al 20 luglio, di manifestazioni represse e di attentato ai diritti essenziali. Ma il documentario raggela, nel fermo immagine disegnato, quell’urlo, che resta sottotraccia. Nessuna esasperazione empatica. Documenti, filmati, fotografie, testimoni, tanti. Fracassi riavvolge il nastro per nodi tematici, incastonando immagini che illuminano, chiedono. Quale strategia del terrore ha prodotto il caos-Genova, dal vertice di Seattle, passando per Napoli, Goteborg? Che cosa è successo in piazza Alimonda? Chi ha ammazzato Carlo Giuliani? Chi c’era sotto le maschere dei troppi diversi black bloc spesso nascosti dietro gli scudi dei poliziotti in assetto di guerra? Perché il massacro della Diaz? Quella Diaz che nessuno vuole scoperchiare, quella Diaz fraintesa, risarcita da condanne risibili.
La Diaz esplorata da Vicari nel discusso e conosciuto (e ben diffuso) Diaz. Don’t clean up this blood. Presentato alla Berlinale 2012 insieme a The Summit, opera totalmente indie, slegata da major produttive e non finzionale, che è stata ignorata in Italia, sino ad oggi, dopo un anno esatto, e che ha trovato uno spiraglio, per ora, in 10 sale, dal 21 febbraio.

Diaz scuote, The Summit cerca. Diaz “rompe” la verità specchiandola in “cocci aguzzi” di bottiglia, rifrange le prospettive spingendosi/ci in un flusso disgregante. Vicari sceglie gli angoli, i blocchi emotivi antitetici. Si infiltra nei piani di una sovrapposizione temporale caricata dal flashback iniziale, trattenuto e reiterato (la famigerata “bottiglia”). Poi ci immerge nell’imbuto dell’istituto Diaz, tonnara espiatoria, e i cocci tornano a coagularsi. Un pantano di sangue e di ossa rotte. In cui Vicari cataloga ravvicinato la risposta sorda dei corpi contusi, pestati dai “tonfa”, i pianti soffocanti, le grida delle decine di inermi ospiti.

Lo ricordano Fracassi e Lauria distendendo il groviglio-ferita di Diaz nell’inchiesta millimetrata di The Summit. Aggirano la spettacolarizzazione. Riesaminano plastici i giorni, al centro dell’inquadratura i testimoni e l’evidenza, in gran parte ancora tutta da “processare”, delle immagini reali. I gas urticanti, gli sguardi “drogati” di poliziotti e carabinieri, le spedizioni punitive, le mani bianche, alzate, pacificamente abbarbicate ad una pretesa di alternativa democratica al summit delle banche e delle multinazionali. Fracassi e sodali non chiedono fede cieca ma almeno un’occhiata, per riaprire un’indagine che mendica risposte. Quell’“urlo” ci addita, non sappiamo fare “oh!”.
Sarah Panatta

(Esca)Intervista a Franco Fracassi, "The Summit"


EscaIntervista: “The Summit. Genova. I tre giorni della vergogna”, ne parla il regista Franco Fracassi

“Perché?” Domanda insolita e indigesta nel Paese dei festival bon ton, della propaganda perenne e dell’omertà culturale. Noi non sentiamo, non vediamo, non chiediamo. Con buona pace della coscienza civile che latra solitaria in un cantuccio di memoria conferita in discarica, tra i rifiuti indifferenziati. Ma qualcuno cerca di farla. La differenza. Come?

Scavando nel passato, in mezzo alla melma che nessuno vuole esplorare, tra i mostri che nessuno vuol ridestare. Per spiegare o almeno pungolare il presente. Per arrabbiarsi e fare arrabbiare. E’ la missione di Franco Fracassi, giornalista not embedded, reporter da 25 anni, professionista della militanza negli hot spot del mondo. Dalla Somalia al mistero Ilaria Alpi, dal Sudafrica decolonizzato nel rugginoso post apartheid, all’11 settembre, dall’Iraq all’Afghanistan. Dentro le ferite della Storia e dentro le storie, a caccia di verità, refusi, non detti. Al centro dell’inquadratura molti “perché” da sbattere in faccia al muso ottuso dell’opinione pubblica ipnotizzata.

Di porto in porto, Fracassi torna ad un evento imbrattato di sangue e asserragliato nello stesso immobile caos del 2011. Torna al G8 con un’inchiesta che misura cronologicamente, connessione su connessione, tra fotogrammi, atti processuali, conversazioni telefoniche, filmati, piantine, i fatti. Solo i fatti, intercorsi tra il 19 e il 21 luglio 2001. I cortei pacifici, la “zona rossa”, le mani bianche alzate, il ritmo convulso delle botte, i black bloc, l’omicidio di Carlo Giuliani, la retata-mattanza della Diaz, i processi abortiti, la giustizia tradita, i diritti decapitati, le scalate al potere di insospettabili/insospettati. The Summit. Genova: i 3 giorni della vergogna, dal 21 febbraio in dieci sale italiane, reduce da vari festival in giro per il globo (certo più aperto e libero dello stretto Stivale), dalla Berlinale 2012 – sezione “Panorama Dokumente”, al Bifest (Bari Film Festival), dal Genova Film Festival, al Festival di Rio, fino al festival “I’ve seen films” (solo per citarne alcuni). Girato insieme al collega Massimo Lauria, compagno di lavoro e di progetti nella casa di produzione indie Telemaco e nel quotidiano on line popoff.globalist.it.

The Summit ricostruisce l’interezza del G8 di Genova 2001. Documentario incalzante in cui sembra riconoscibile una precisa estetica dell’immagine. Anche nella scelta di disegni e animazioni. Che ruolo hanno? Penso al mezzo busto femminile, che pare mimare, prima dei titoli di testa, “L’urlo” di Munch…

In effetti per l’immagine a cui ti riferisci abbiamo esattamente pensato a “L’urlo” di Munch. Volevamo una serie di quadri per illustrare situazioni, emozioni. Volevamo trasformare alcuni fotogrammi in quadri. Abbiamo pensato a quale messaggio dovessero comunicare, dopodiché abbiamo individuato il pittore, l’artista giusto per esprimere quel messaggio. Il fotogramma della donna all’inizio del film voleva trasmettere senso di disperazione, per questo ci siamo riferiti a Munch. In un’altra immagine invece, che mostra un corteo di studenti, ci siamo rivolti allo stile di David, che ritraeva scene di battaglia.

Quell’“urlo” è impresso negli sguardi di alcuni testimoni da voi interpellati. Parliamo di loro. I protagonisti civili. I manifestanti e le vittime, dai pestati nel macello della Diaz, alle persone trattenute e brutalizzate nella caserma di Bolzaneto. Come vi siete avvicinati, umanamente e professionalmente, quanti hanno risposto o si sono rifiutati?

Alcuni di loro non hanno accettato di parlare con noi, non volevano più rivivere quell’esperienza. Per rintracciare i testimoni civili abbiamo fatto delle ricerche, individuato nomi attraverso i verbali e poi fatto lunghe conversazioni con molti di loro per convincerli a rilasciare una testimonianza nel documentario. Tra quelli convinti, alcuni successivamente davanti alla telecamera accesa non riuscivano a parlare. In ogni caso li abbiamo intervistati tutti due volte, ed erano davvero tanti, non saprei dirti quanti.

Testimoni in divisa. Poliziotti, carabinieri, forze dell’ordine. Nel documentario appaiono membri dei Sindacati di Polizia. Ma quelli che stavano in strada, in assetto di guerra, che operavano fermi e pestaggi…siete riusciti a sentirli?

Il problema, per i poliziotti, è che la disponibilità a parlare non dipende da loro ma dal Ministero. Quindi abbiamo potuto intervistare soltanto i sindacalisti. Ci sono stati comunque dei poliziotti, dei carabinieri, molto disponibili, che si sono fatti intervistare in forma privata, ma non avendo poi ottenuto l’autorizzazione dal Ministero non abbiamo potuto rendere pubbliche le interviste fatte.

Torneremo tra poco ai poliziotti.

Testimoni, documenti, telefonate, video. Le tappe e la difficoltà, anche gli ostacoli, se ne avete incontrati, del processo di raccolta dei materiali.

Per gli atti processuali nessun problema, in quanto si tratta come tutti sanno di atti pubblici. Per fortuna per i vari processi, anche se parziali, abbiamo avuto accesso a tutte le conversazioni telefoniche e alle trasmissioni radio. Ci siamo rivolti all’archivio che si trova a Genova, tra gli altri. Abbiamo analizzato i documenti che sapevamo di poter reperire, alcuni perché ci erano stati indicati, altri li abbiamo cercati anche senza la certezza, ma con l’intuizione che esistessero, durante la nostra indagine. E non ci siamo sbagliati.

Per le immagini? E’ chiaro che le avete selezionate come collante e insieme come evidenza visiva del vasto puzzle ricreato dal film.

Per le immagini abbiamo impiegato molto tempo. E’ stato un aspetto fondamentale e complicato della realizzazione. Avevamo migliaia di ore da vagliare e dovevamo guardare tutto, senza esclusione e senza distrazione, a caccia dei minimi dettagli, soprattutto di quelli che non sapevamo di dover cercare…

A proposito di particolari. Ne resta uno fisico, brutale, ricordato ancora con un’ansia palpabile da alcuni vostri intervistati. L’odore del “testosterone” e gli sguardi luccicanti dei poliziotti, quasi “infoiati” dall’odore del sangue. Quale addestramento psicologico e tattico hanno ricevuto gli “sbirri”, che sono invece apparsi animali allo sbando, disordinati, avventati? Un disordine montato?

I poliziotti, i carabinieri, ce lo hanno raccontato. Ma quello che hanno detto fa parte del materiale che non abbiamo avuto l’autorizzazione ad usare nel documentario. I carabinieri ad esempio. Nei sei mesi precedenti al G8 sono stati rinchiusi nelle caserme. Venivano date loro le licenze e poco prima di uscire gli venivano revocate, improvvisamente. Poi la alzate notturne, inattese e quasi quotidiane, anche con il freddo e il maltempo. Le marce forzate con zaini pesantissimi, anche nel fango. Un continuo lavaggio psicologico. C’è stato un giovane carabiniere che ci ha confidato come avrebbe desiderato, se avesse potuto uscire liberamente, di unirsi ai civili, ai ragazzi che manifestavano pacificamente in piazza. Beh, ci ha detto che dopo quei sei mesi in caserma, senza uscire, era in condizioni mentali tali che se gliel’avessero messa davanti avrebbe riempito di botte persino la madre.

La “strategia del terrore”. Una strategia di gestione del G8, evento spartiacque come tu stesso affermi, costruita secondo l’esperienza dei summit mondiali antecedenti (da Seattle a Goteborg a Napoli). Un disegno internazionale mirato, tessuto da governi e intelligence, per controllare la folla e scardinare processi di partecipazione democratica?

L’obiettivo era far passare tutta una serie di provvedimenti politici ed economici che avrebbero trasformato un intero modo di concepire la vita dei paesi dell’Occidente. E che dovevano favorire un intreccio di poteri, tra banche, multinazionali, ecc. Per fare questo servivano una serie di azioni che prendessero le mosse da ogni vertice. Soprattutto si è creata un’unica volontà politica, a livello internazionale, per destabilizzare i movimenti democratici, pacifici, e togliere credibilità e forza alla piazza.

Il ruolo dei black bloc. Infiltrati dalla stessa polizia come asseriscono molti intervistati?

Tra i black bloc c’era di tutto. Possiamo distinguere tre macro gruppi. C’erano black bloc veri, “genuini”, se così possiamo dire (individui che agiscono contro specifici simboli del capitalismo, istituti di credito, grandi catene di negozi e di ristorazione, ndr). C’erano persone arrivate da varie parti soltanto per approfittare dell’occasione di distruggere, avendo mano libera, e tra di loro ultras, neonazisti ecc. Poi, la terza categoria, i black bloc militarizzati, addestrati alla guerriglia urbana, alla devastazione, tra i quali anche ex agenti.

C’era una coreografia, una catena di comando politica-servizi segreti-polizia-black bloc?

Sì, possiamo dire che è stata una grande recita...

La tragedia di Piazza Alimonda, la morte di Carlo Giuliani, tanti dubbi in sospeso. In quanti su quella camionetta, chi ha preso la colpa di chi, l’arma ferale. Insomma, ucciso da un proiettile “fantasma”?

Nessun proiettile fantasma, Carlo un proiettile l’ha preso davvero. Su questo non c’è dubbio. Il grande problema è che non esiste una verità ufficiale. Esistono delle immagini, testimoni. Ma anche tante versioni diverse. In Italia la verità viene spacciata per fantasia, da noi succede così. L’altro problema sono i processi. In Italia finché non si pronuncia la Corte di Cassazione con una condanna non c’è niente di definitivo. Quindi si può dire che gli ostacoli per tirare fuori il “torbido” dalla storia di Carlo Giuliani sono due: la mancanza di un’inchiesta vera (ad esempio non è mai stato recuperato il proiettile dal corpo; Placanica, il carabiniere autoaccusato, ha ritrattato molte volte) da un lato, dall’altro la nebbia generale che continua ad avvolgere il G8 tutto. Compresa la nebbia creata dalla stampa che non ha saputo fare il suo dovere di inchiesta.

L’altro pasticciaccio, l’operazione condotta dalla polizia nella Diaz, un’irruzione e un massacro, prove false, presunti terroristi da sgominare, persone inermi mandate in coma. Come avete ricostruito un evento così delicato? Avete preso, direttamente o indirettamente, le distanze dal film di fiction di Daniele Vicari, Diaz. Dont’ clean up this blood?

Per ricostruire i fatti è stato senz’altro fondamentale l’archivio di Mark Covell (il giornalista inglese indipendente pestato fuori della Diaz fino al coma  durato 14 giorni, ndr), il suo super video che raccoglie gli avvenimenti di quella notte. Diaz, il film, l’ho visto due volte. E mi è piaciuto in entrambe le occasioni. Credo sia un’opera importante. Per quanto riguarda la ricostruzione interna alla Diaz. La prima volta che l’ho visto è stata brutale, mi ha colpito la vena quasi tarantiniana della violenza. La seconda volta mi ha fatto meno effetto, è stato meno traumatico. Dopodiché bisogna vedere l’aspetto del contorno del G8, come evento totale. Il film è stato, legittimamente, concentrato sulla Diaz. Ma fa vedere anche altre scene attinenti al G8 e questo è un aspetto che non mi è piaciuto invece, perché è stato trattato in modo superficiale. Prendiamo le figure degli stessi black bloc, sembrano dei poveretti, restano poco chiare per lo spettatore.

Le domande senza risposta che bruciano e che rivolgi a tutti, politici, società civile, responsabili a piede libero ecc., con The Summit. E perché dobbiamo vedere proprio questo film sul G8?

Tante le domande senza risposta. Una su tutte: chi ha ucciso davvero Carlo Giuliani? E’ ora che tutti, giovani e non, capiscano che gli eventi del mondo vanno visti nella loro totalità, non in maniera isolata, perché tutto si connette. Purtroppo accade il contrario. Ogni evento, compreso il G8, viene osservato singolarmente, cosicché certe tragedie sembrano compiute senza ragione da un gruppo di persone impazzite in quel dato momento e luogo. Credo che la prima cosa da fare sia rispondere a questa domanda: perché? Perché è successo tutto questo? La gente deve abituarsi a riflettere e a capire che queste storie sono molto più complesse di quanto sembrino, intrecciate tra loro. Il film va visto perché è la prima volta che viene condotta un’inchiesta sul G8 di Genova, ed è necessaria se si vuole cominciare a capire.

Missione ardua, far “capire”, quando in Italia è così difficile trovare una distribuzione capillare. Le opere che aprono gli occhi, nel bene e nel male, non “passano”. Anomalia italiana? Quanto costa restare indipendenti?

L’anomalia italiana? Funziona tutto in base alle conoscenze, e il controllo politico è ferreo. Noi non facciamo parte di nessun “clan”, quindi restiamo fuori dai circuiti, e in Italia nessuno ci fila. La cosa peggiore è che sei invisibile. Il tuo prodotto non interessa. Non viene proprio visto. Per essere indipendente devi contare solo sulle tue forze, con il vento che spira contro. Finanziarsi è una scommessa, accedere ai fondi è difficilissimo. C’è anche chi riesce a vivere con i documentari, non siamo noi di certo.

Ne vale la pena Franco?

Sì. Ne vale la pena perché, credo, siamo responsabili del nostro destino. Se il mondo è sbagliato e continua su questa strada è anche colpa nostra.



Sarah Panatta

(Esca)Recensione, "La sesta vocale"

Sulle arti in movimento. Sei volti di donne. La Sesta
 
Intensità di sguardi. La cifra inquieta della identità femminile suona, nell’ estetica del dettaglio, il notturno di colori di una ricerca che celebra l’Amore come fulcro di sovrane emozioni totali. Le arti riunite trascolorano dalla pittura alla  musica, alla parola di scrittori e poeti, restituendoci il  sogno di quei tableaux vivants, ipotesi d’arte totale, cammino d’avanguardia, defunto tra guerre e scientismi di pedanti,  che hanno diviso, colpevolmente,  la coralità delle Muse, naturalmente polifoniche. Dialettica di volti di bellezze molteplici e vibranti le arti, come questi volti di donne, stellate bufere di sensi in atonale vibrazione di interrogativi nel velluto che si sfalda della storia.
E sin dal titolo, la Sesta vocale sollecita nell’ascoltatore intense emozioni sinestetiche. Un notturno di colori mirabilmente intesi alla luce di un’accurata scelta di  testi di prosa e poesia del Novecento. Il  video sulle arti in movimento è stato  ideato e curato letterariamente dal poeta e critico Plinio Perilli, da sempre aperto  al dialogo tra le arti; la regia è di Iolanda La Carrubba ed è interpretato magistralmente  da Nina Maroccolo,  vera molecola di sentimenti, con musiche di Gianni Marok- Maroccolo. Il corto si avvale anche dell’interpretazione di Fabio Morìci, sono stati inseriti degli acquarelli di Mario La Carrubba, le foto di scena sono opera di Amedeo Morrone. L’opera, che è  entrata tra i finalisti al Festival di Berlino, Directors lounge, sezione corti, regala agli occhi dell’anima  un senso di raffinata inquietudine, favorendo un viaggio, un gioco di intersezioni  che credevamo perduto.
Il valzer emozionale si apre col Ritratto di  Adele Bloch – Bauer  di Klimt, cui fa da contraltare narrativo un passo de la Signora Berta Garlan di Schnitzler. La vibrazione di interrogativi è felicemente risolta dalla vita che canta, dagli sguardi e dalle movenze gestuali della Maroccolo che densa di sé la danza interiore di dubbi incrociati tra pittura e flusso letterario. Ma il clima è sospeso, farfalle sull’ Europa, crisalidi di morte in agguato tra i  velluti  della storia che si lacerano e il dramma si palesa nel binomio Munch- Strindberg dominato da disvelamenti  lucreziani d’amore macchiato di lacrime e d’assenzio. Pure nella catastrofe il languore di un corpo  di ninfa che sugge con gli  occhi il mondo e  si tende in amore verso  il … correlativo oggettivo di una tazzina di caffè, che sprigiona  aromi di una …  durata bergsoniana, nell’inverno di amori lontani, di sensi gasati da yprite sui fronti d’ Europa. E la pazzia  continua …. E continuano le metamorfosi di Nina, interprete di notturni di colori e di dolori acuti come  spine nel binomio perfetto tra il quadro di Modigliani, che ritrae la giovane Louise, franta d’amore  cieco per Modi/Maudit e i versi toccanti della Achmatova,  che segnalano le tappe di una corsa verso l’autodistruzione. E in tutto ciò la forza del ritmo lucente di musica, arte, teatro. L’afflato sinestetico si fa visione fantastica, ponte di culture per l’Europa, patrimonio di idee e di storia tra avanguardie di ieri e di.. domani. Tutto dunque  si tiene proprio là dove il sogno più sovrana, ne iI Circo azzurro di Chagall, nel Sogno di Picasso,insomma nella favola che si vera di vita, di rinascita nel sogno nel cui logos solo un Timoniere d’eccezione potrà condurre a salvamento.   
Prendi la direzione del mio vascello.
Tu che notte , dopo notte percorri
le rotte fedeli del mio sogno.
(Juana de Ibarbourou)
Ecco il segreto fulgido della Sesta vocale: un intarsio di voci di donne, vocali ebbre di simboli di un Sé che diviene, specchio tra sillabe in movimento, perenne come la vita!  

Paolo Carlucci

Format web-tv "Collezionando Ricordi"

IDEATO DA IOLANDA LA CARRUBBA "COLLEZIONANDO RICORDI"

PUNTATA I "LE CARTOLINE- CON MARIO LA CARRUBBA (PRIMA PARTE)"



PUNTATA II "LE CARTOLINE-CON MARIO LA CARRUBBA (SECONDA PARTE)"


Shorts. "Il figlio dell’altra"


Il figlio dell'altra.
Prove di pacificazione antiretorica nella militanza femminile plurale di Lorraine Lévy

 
Io e te, l’uno nell’altro, dall’“altra” parte. Se riconoscersi significa perdere se stessi e snudare un passato comune inconcepibile eppure vivo. Se penetrarsi comporta la condivisione di culture reciprocamente oltraggiose. Se toccarsi e legarsi, fratelli di luce e di nuovo stupore, nel mondo delle colonie d’ombra, svelle mura di “nascita” e tradizioni di sangue.
L’amore incolpevole e contagioso, grande spauracchio dei poteri economico-politici dominanti, quelli che dettano regolamenti esclusivi ed erigono gabbie di confini in cui prosperare ambigui e forti. L’amore che smaschera, anzi decripta, linguaggio semplicissimo e ardente, le etichette fasulle, e si pretende libero. Quando il cinema entra dentro la pelle della Storia adagiandosi tra le suppellettili e le carezze, le grida e gli incidenti di famiglie comuni, ferisce la realtà e si aggrappa al nostro sentire spento da fanfare retoriche. Narrazione femminile, perché maternamente aperta e paziente, Il figlio dell’altra – in uscita il 14 marzo –, ultimo film di Lorraine Lévy (figlia del noto scrittore e vicina al pensiero di Amos Oz) inscena senza isterie ricattatorie, nel perimetro caldo dell’appartenenza e della famiglia, la conflittualità emotiva tra identità etno-religiose. E diventa immediato messaggio, o meglio interrogativo, perlustrazione, richiamo.
Due famiglie, una israeliana e borghese a Tel Aviv, l’altra palestinese e operaia nel ghetto cisgiordano. Scoprono che i rispettivi figli maschi quasi maggiorenni, Joseph e Yacine, sono stati scambiati nella notte in cui sono nati. Notte di bombardamenti e di fibrillazioni sociali. Il nuovo giorno è terrore e speranza. Che succede quando l’altro è tuo figlio? Le terra trema e muta forma. Mutarsi per sopravvivere e viversi. Un atto viscerale, auto demistificante. Per la stessa regista, ebrea e consapevole. Un atto di decolonizzazione mentale indelebile che ci chiama alla sbarra. Figli, genitori, uomini. Devastare intere generazioni per legittimarsi in un lembo di terra strappata, quanto vale? Vale l’abbraccio di un figlio? “Siamo”, in quella terra contesa o “nelle” braccia del “figlio” nostro?


Sarah Panatta

(Esca)Recensione, "Alessandro greyVision"

Colore e sguardi di Alessadro greyVision



Elaborazioni sceniche ed ambientazioni uniche per un assemblaggio di intenzioni e sguardi, prospettive ed attimi.
Questo contraddistingue le foto e le rielaborazioni di Alessandro greyVision, un modo soffice e forte fatto di emozioni per ogni scatto, dal giusto aspetto fotografico e con prospettica visione d’insieme.
Qui in questi luoghi immaginifici ma esatti, si trova il dettaglio forte ed enigmatico che esamina un modo diverso da quello “nostro”, un mondo alto ed altro dove nulla è trascurato.
L’elemento principale è il diretto rapporto con la natura, i rami degli alberi che divengono rete per nuovi ed impensabili universi, galassie, nuvole e poi riflessi in riflessione.
Colpisce ed affascina la dedizione ad un linguaggio quasi cinematografico dove ritroviamo gusti ed esperienze di favole e fantascienze come su quegli stessi capolavori appartenuti a Méliès.
Greyvision si distingue e sa distinguere l’identità esatta d’ogni cosa, si percepisce alchemica materialità tra lo sguardo, l’uso del colore e la macchina fotografica che diviene quasi arto nel parto dell’opera.
In questo spazio estremo e libero si viene travolti dalla cancellazione dei margini fotografici, essi infatti sono assolti dall’arduo compito di contenere e trattenere diventando dichiarativi nel rapporto tra il dato oggettivo e quello privato.



Angoli e storie, lusso e natura tutto speculare alle intenzioni artistiche di innovative esperienze e sperimentazioni, si percepisce un piacere estetico deliberatamente esplicito, palpabile tanto da sembrare parte di un completamento chic del “de-jà vous”, tattile ed avvolgente, intrigante e senza eccessive dichiarazioni “d’uso”.
In questi luoghi si esiste in base alla percezione del colore e della prospettiva esatta, dosata attraverso gocce di puro affetto estetico, un elisir di eternità che rende involontario omaggio a quelle scenografie bizzarre della migliore musica dark.
Non solo natura ma anche vita, strade monumenti ed angeli, tanti gli angeli che come il foro della serratura, appaiono in silouette nel contrasto di piccoli e frastagliati giochi di colori che dominano lo sfondo, non mancano poi le pupille umane, il primigenio sguardo da dove tutto comincia, e con l’uso giusto del macro appare un micro universo sensoriale che non dimentica di palesarsi come autoritratto.
Dunque nel lavoro attento e meticoloso di greyVision, troviamo un corpo diverso della fotografia, un corpo fatto di pellicola ed elaborazione grafica attraverso il quale, si entra nel portale di una nuova consapevolezza.

Iolanda La Carrubba





(Esca)Recensione "Upside down"


Upside down, titanico cineduplicato

Il primo lungometraggio di Juan Solanas, glassando Nolan e Scott, riscrive Avatar. Oppure no?
Due punte di neve in un vortice di indaco furente e rapito. Magrittiana impressione. Sospensione bipolare. Doppia gravità per due identità in cerca di compensazione. Un regista sottosopra, argentino in fuga dai natali strappati alla dittatura militare. Immagina un cinema per sole immagini, linguaggio doppio e combinatorio. Intimamente straniero Juan Solanas balocca con la natura bidimensionale di fantasie pittoriche. Flette la contraddizione classista e razzista di un mondo impari, appuntando in alto il Nord-Est della Terra, che prospera su un capitalismo neo-fascista petrolifero e incombe sul Sud sfruttato e degradato. Nel mezzo, una torre che trivella e divide. In mezzo, una bolla di memoria possibile e di diritti dell’anima. Senza spazio, i desideri spezzati di migrazioni, liberazioni, interazioni, scambi.
L’amore ai tempi dell’eco-(in)sostenibilità? Cronaca di una commistione genetica pacifista? Orgogli e pregiudizi dietro una cortina di “materia inversa”? Adamo-Prometeo trova nell’emisfero opposto, avulso e ostile il proprio parossistico inscindibile Paradiso?
Adam (Jim Sturgess) ed Eden (Kirsten Dunst). Lui vive nel dickensiano mondo “di sotto”, avvolto nel catrame, corroso dall’inflazione e dalla sopraffazione. Lei nel mondo “di sopra”, futuribile ed inevitabilmente prospero. Si incontrano fanciulli sulla vette di due montagne gemelle, l’una incombente sull’altra. Imparano ad amarsi, finché non vengono braccati dalle guardie e divisi. Lei perde il ricordo, lui non perde la fiducia in sé, quella tenacia rivoluzionaria del perdente lucido perché (ancora) poco disincantato. Inizia il tango di inquadrature capovolte e di specchi digitali, di alici frenetiche e di cappellai matti nei paesi di meraviglie elitarie. Inizia la quest dell’antieroe che escogita pozioni meta-fisiche per trasgredire alle leggi umane e universali.
Il formicaio sezionato dal satellite, la crosta cartonata di una civiltà ispessita da un progresso ottuso. L’Upside down colossale e mai catastrofico di un regista che sfida se stesso e il mainstream gestito da Cameron e soci, sfiorando il desiderio della molteplicità visiva con una tecnica propria, un artigianato dall’allure vintage e romantico. Adam/Solanas esplora la fantascienza tritando centinaia di topos (la maternità “alienata”, il viaggio proibito, la violazione etnica, il controllo politico delle multinazionali, il compromesso fecond(at)o del matrimonio tra “diversi” etc), trasportandosi da una dimensione all’altra. Ma non cattura nella rete dei suoi sogni né la denuncia solidale dei castelli volanti di Miazaky, né la prospettiva filosofica dell’illusione materica come spettro e insieme piattaforma del vivere nostro, partorita da Nolan (Memento, Inception) e ben prima dal Ridley Scott di Blade Runner. I suoi amanti sospiranti da balconi antitetici stampano figurine di polline sulla superficie glassata e promettente di un labirinto senza uscite, nostalgia prolissa.
Upside down (USA 2013). Regia di Juan Solanas. Con Jim Sturgess, Kirsten Dunst, Timothy Spall, Blu Mankuma, Nicholas Rose, James Kidnie, Vlasta Vrana, Kate Trotter, Holly O’Brien, Elliot Larson, Maurane Arcand. Sceneggiatura Juan Solanas. Effetti speciali Louis Craig. Prodotto da Upside down films, Les film Upside down Inc., Onyx films, Transfilm Intl, Studio 37, Kinologic Fimls(UD), Jouror Production, France 2 Cinema. Durata 107’. In sala dal 28 febbraio
Sarah Panatta