mercoledì 2 aprile 2014

(esca) gemellaggio: Neobar

La bellezza negli occhi

Tra notte e notte
si nasconde l’origine
una fragola di tempo
un disegno in cielo
ecco di stella in stella
quanta bellezza negli occhi
poi giù sul ramo incendiato di luna
un secondo sospeso
che non è di nessuno
un sogno, un sogno soltanto
di coperta che batte sul petto
un dondolio disteso nei palmi
così lontano da toccarlo.

(Tiziana Marini)

Video-poesia ideato da Iolanda La Carrubba
poesia di Tiziana Marini
regia e montaggio Iolanda La Carrubba

pubblicato su Neobar
http://neobar.wordpress.com/2014/03/25/tiziana-mariniiolanda-la-carrubba-la-bellezza-negli-occhi/

(Esca) Recensione: Ignazio Apolloni

A proposito di Davis


Il film visto da Ignazio Apolloni
(pubblichiamo la recensione da www.ecodeimonti.it)









Si direbbe C’era una volta, non fosse che sempre più spesso l’incipit ricorra per quest’ultima generazione di sbandati e scontenti, senza ideali e senza terra (per dirla con il noto Giovanni Senza Terra) sotto i piedi e in fondo all’animo. Eppure il fenomeno folk music non nacque come fuga dalla realtà ma semmai come forma di arricchimento del vissuto affinché l’arte avesse uno span sempre più ampio. Il genere di musica impregnò di sé le nuove correnti di improvvisatori e musicisti americani, più sensibili all’evasione da una civiltà ossessionata dal profitto (il milione di copie di dischi venduti) che non fatta di estimatori e relativi fans europei.


Qui non c’era un ovest da esplorare; uno spazio in cui annegare la nostalgia e talvolta l’angoscia; un miraggio cui puntare per sottrarsi all’asfissia, bensì un perenne tentare di recuperare la grandeur filarmonica composta di musica e miti, archeologia e filosofie orientali e mediorientali.


Mondi dunque, i due, così lontani da non avere alcuna possibilità di amalgamarsi: semmai, e piuttosto, di accostarsi per epitelio, per quindi rinserrarsi nelle proprie prigioni esistenziali. Sorprende perciò l’eco suscitata dall’arrivo nelle sale cinematografiche italiane di A proposito di Davis, un film dei fratelli Coen, candidato a due Oscar, dichiarato Miglior film dell’anno dalla National Society of Critics, interprete Oscar Isaac, nonché pubblicizzato come caratterizzato da Un livello di perfezione senza precedenti o più semplicemente Elegante e raffinato.



In verità, quale coprotagonista c’è anche un mansueto gatto mammone: occhi vispi, sguardo ammaliante per chi sia portato all’attualismo animalistico più esasperato. Nell’ombra tuttavia cova il rancore di un passato ormai detronizzato epperò dominato dal revanchismo: la volontà di riprendersi ciò che gli è stato tolto quasi fosse un diritto inalienabile, irrinunciabile, eterno. Riaffiorano perciò gli occhi e l’ombra del passato, sia all’inizio che alla fine della proiezione sotto forma di volontà di distruggere l’altro; ritornare ad essere egemonico: insomma il volto della dittatura sottile e inafferrabile del Pensiero unico ad ogni costo, costi quel che costi.



E quel che costi ormai non è altro che il piattume di una esistenza anonima, non ci fosse una ribellione; una resistenza al tentativo costante del capitalismo all’omologazione, il rappelle à l’ordre: sistematicamente e subdolamente lanciato al mercato degli utenti sotto forma di immagini pubblicitarie, sottilmente accattivanti.



Degno comunque, il film, quantomeno di un Oscar per la fotografia e una qualche forma di riconoscimento a Oscar Isaac per l’interpretazione: né escluderei un premio al gatto color biondo miele e perciò un tantino edulcorato. Da vedere, ad ogni modo, per non dimenticare il come eravamo e per sentire il bisogno di uscire dall’impasse, se non dal baratro esistenziale e psicologico in cui l’Occidente è precipitato.


Scritto da Ignazio Apolloni



(Esca) Foto-Recensione: Cosimo Ruggieri


Nostalgie Pop e tecno-evangeliche negli scatti di Cosimo Ruggieri

 

Di Sarah Panatta

 


Guardare nella vetrina o guardare dalla vetrina. La realtà produce riflessi e deborda muta in simboli, solo nel momento in cui l’obiettivo li perimetra.
E sono luci impastate a discromie materiche, passaggi temporali paralizzati dalla quotidianità dell’uso, dal mercato delle emozioni.
Cosimo è attirato dal gorgo apparentemente monodimensionale dell’immagine di immagine.


Si apposta nel campo tutt’altro che aperto dell’asfalto iperurbano, nell’architettura ronzante e statica di palazzi e tombe, negozi musei, strade-esposizioni, marciapiedi-cartolina. Non cerca il racconto perfetto nell/dell’attimo, o la dinamica delle ombre più o meno umane, né la descrizione didascalica di un paesaggio complesso. Cosimo aleggia come mosca impertinente eppure timida, ma pur sempre ingorda, intorno al banchetto di riproduzioni antropiche, immagini di immagini, vibranti, passeggere e solide.

Cosimo Ruggieri e l’oggetto dell’oggi.            

Tra la nostalgia di un passato membrana che si avvolge intorno alla paratia esausta della civiltà occidentale, corrosa dai suoi stessi riti e sempre attratta dai propri inganni. E il percorso futuribile dei ritratti/arnesi/contenitori creati e manipolati da artisti, turisti, studenti, automobilisti, passanti, scultori della polvere e dell’ignoto. Immagini di immagini.
Spesso nei suoi scatti pop, incapsulati tra voglia di realismo e amore del cyber punk nascosto in ogni possibilità della routine, Cosimo mette in vetrina le vetrine del mondo.
Pone in mostra e rieduca al fruitore ciò che ha già subito trasformazione. Non gli interessa il naturalismo di pose incontrollate, un capello sfuggito al vento, un albero inquieto, una lite tra vicini. Bensì la piega artificiale della realtà precostituita e già avvezza ad altri troppi obiettivi.


Il manufatto metallico uscito da una fucina con il cartellino ben leggibile, il mezzobusto di una statua-rottame, il cuscino insolitamente candido di un cagnolino ben ammaestrato, la curvatura di una vetrina (appunto) che intercetta e spezza volti, insegne, graffiti, pubblicità, immemore negli occhi di una ragazza che ai bordi della visione testimonia altre storie, invisibili.

Una società che respira negli spazi fortuiti lasciati dalle sovrastrutture secolari. Gli scatti di Cosimo Ruggieri sono interrogativo di forme, esplorazione del già fatto, catalogazione eccentrica del presente-passato che si protende senza coordinate, accasciato ma in alta definizione, al domani.